CASTELLO DI GRADARA (PU): TRA STORIA, LEGGENDA E MISTERO

Ci sono posti magnifici meta di un turismo frettoloso e quasi di ripiego, tipo “mordi e fuggi”. Uno di questi è il grandioso castello di Gradara, fugace rifugio dei bagnanti della riviera romagnola nelle giornate di maltempo o di uggia. 

Qualche ora passata quasi sempre tra i tanti negozietti, una visita veloce alla costruzione medievale e poi ritorno alle spiagge. Eppure, il castello di Gradara ha tutto per attirare interesse e curiosità: storia militare, storia artistica, personaggi storici, misteri e qualche mistificazione. A ben vedere ci potrebbe stare anche un bel fantasma. Altro che castelli scozzesi, insomma! 

La Rocca di Gradara e il borgo fortificato Fortificato che la circonda rappresentano una delle strutture medioevali meglio conservate d’Italia e le due cinte murarie che proteggono la Fortezza, la più esterna delle quali si estende per quasi 800 metri, la rendono anche una delle più imponenti. Il Castello sorge su una collina a 142 metri sul livello del mare e il mastio, il torrione principale, si innalza per 30 metri, dominando l’intera vallata.

Per la sua fortunata posizione, fin dai tempi antichi, Gradara fu crocevia di traffici e genti: durante il medioevo la Fortezza fu uno dei principali teatri degli scontri tra le milizie dello Stato Pontificio e le turbolente Casate marchigiane e romagnole. 

Il mastio è stato costruito attorno al 1150 dalla potente famiglia dei De Griffo, ma furono i Malatesta a costruire la Fortezza e le due cinte di mura tra il XIII ed il XIV secolo e dare a Gradara l’aspetto attuale. Il dominio dei Malatesta su Gradara finì nel 1463 quando Federico da Montefeltro espugnò la Rocca al comando delle milizie papali. Il Papa affida in vicariato Gradara agli Sforza di Pesaro, fedeli alleati della Chiesa. Da questo momento Gradara passerà di mano diverse volte, ed alcune tra le più importanti casate della penisola si contenderanno il suo possesso: i Borgia, i Della Rovere, i Medici, confermando il suo ruolo di teatro importante degli scontri di potere nei tumultuosi territori pontifici situati nelle attuali Marche e Romagna. 

Il fatto d'arme più famoso accadde nel 1446, quando Sigismondo Malatesta, signore di Rimini e Gradara, venne assediato da Federico da Montefeltro, il suo acerrimo nemico, e da Francesco Sforza. Ecco come gli storici Matteo Casadei e Luigi Battara hanno ricostruito il fatto, che oggi, ogni anno, è spunto di Assedio al castello, rievocazione storica con più di 150 figuranti: fanti, cavalieri, artiglierie, arcieri ed effetti speciali:

«Tutto ha inizio nel 1445, quando Galeazzo Malatesta, detto l'Inetto, decide di vendere Pesaro per 20.000 fiorini d'oro ai fratelli Francesco e Alessandro Sforza, padroni di molti possedimenti nelle Marche. Una decisione presa per paura e incapacità di governo di Galeazzo, non a caso detto l'Inetto, ma soprattutto per fare torto al cugino, Sigismondo Pandolfo Malatesta, con il quale era in corso da tempo un'aspra faida famigliare. 

L'iniziativa di Galeazzo non viene condivisa da Sigismondo, Signore di Rimini e di vasti territori dalla Romagna alle basse Marche, perché perdere definitivamente Pesaro avrebbe significato indebolire il territorio malatestiano e avvantaggiare Federico da Montelfetro, alleato degli Sforza nonché acerrimo rivale dei Malatesta di Rimini.Non solo, in questo modo gli Sforza, entrando in possesso di Pesaro, avrebbero rappresentato una grave minaccia per la vicina Rocca di Gradara, presidio fondamentale per i Malatesta di Rimini. 

Gradara si trovava già nelle mire espansionistiche di Francesco Sforza, desideroso di fondare un forte Stato nell'Italia centrale, da quando vi si era recato nel 1442 con la moglie Bianca Maria Visconti in occasione del fidanzamento di Polissena Sforza, sua figlia, con Sigismondo Pandolfo Malatesta. 

A seguito di questa vicenda, nell'ottobre del 1446, approfittando del fatto che Sigismondo si trovasse a Roma convocato da Papa Eugenio IV per ricevere in pagamento per i suoi servigi resi alla Chiesa una ricchissima armatura d'oro, il conte Francesco Sforza cinge Gradara d'assedio. Alleati dello Sforza nel tentativo di espugnare la fortezza malatestiana sono: il Conte d'Urbino Federico da Montefeltro, l’Illustrissimo Signore Guidaccio da Faenza, il Magnifico Capitano Simonetto di Castel di Piero. Subito viene conquistato Monteluro dove gli assedianti costruiscono dei bastioni da dove comincia il vero e proprio assedio a Gradara.

A difesa della rocca, governata da Sigismondo dal 1433 (dall'età di 16 anni) per conto della Chiesa, si trovano valenti uomini d'arme, i migliori del posto. L’assedio è terribile per i numerosi assalti e per l'arrivo dell’inverno con la conseguente carestia di foraggio e scarsità di vettovaglie.  

Sigismondo, rientrato velocemente da Roma, volendo difendere la rocca, considerata un presidio fondamentale per la sua posizione strategica, ogni giorno con le sue genti d’arme è a cavallo ad insidiare le retrovie dell'esercito assediante. Per Gradara Sigismondo scende la nona volta in campo. 

Nel tentativo di aiutare le truppe asserragliate a difesa del castello, Sigismondo organizza diverse incursioni: tra i primi a portare soccorso e vettovaglie nella rocca è Lazzarino, detto Schiavo, da Mondaino. Sigismondo lo ricompenserà con 50 bolognini, poi sarà la volta di Cristoforo Matto, un provvisionato del Malatesta, poi, ancora, di Paolo da Montescudo.  

Nonostante i rinforzi, a causa della grande superiorità numerica dell'esercito di Francesco Sforza, gli assediati sono per la maggior parte feriti o morti nel corso degli incessanti e cruenti assalti alle mura e fanno sapere a Sigismondo che non potranno resistere ancora per molto.

Il Malatesta, considerata la gravità della situazione, chiama a sé un suo giovane servitore, Paolo da Montestridolo (Montescudo) chiedendogli se avesse abbastanza animo per tentare una sortita attraverso le linee nemiche ed entrare a Gradara portando ulteriori rinforzi e vettovaglie.  

Ser Paolo risponde con queste parole, riportate del Broglio, alla richiesta del suo Signore: “Mio signore, per servire vostra signoria, me metteria alla morte mille volte el dì, como vostro partigiano che vi so; et non dimando alla signoria vostra premio alcuno si non la gratia vostra”. L'impresa ha successo e Ser Paolo riesce a fare breccia tra gli assedianti, sebbene con gravi perdite, portando i rinforzi necessari agli uomini e alle donne asserragliati dentro le mura di Gradara. 

Allo stesso tempo Sigismondo Malatesta prova a percorrere la strada della diplomazia per risolvere un assedio logorante e dall'esito incerto, quindi contatta e si mette a servizio di Filippo Maria Visconti, Duca di Milano e suocero di Francesco Sforza. 

Con l'aiuto del Visconti, complice il maltempo che da giorni non lasciava tregua agli eserciti in guerra Sigismondo riesce a convincere il Conte Francesco Sforza e con lui Federico da Montefeltro a togliere il campo a Gradara. È il 29 di novembre quando di fronte al valore degli assediati, all’energia di Sigismondo che lo taglieggiava ai fianchi, dopo 43 giorni di assedio il grande e potentissimo condottiero Francesco Sforza dovette ritirarsi “con pochissimo suo onore”, lasciando sul terreno molti uomini d’arme». 

Fortezza d'arte

Nella rocca di Gradara si possono ammirare affreschi del Quattrocento, commissionati dagli Sforza che divennero padroni del castello a partire dal 1463. Già all'entrata del paese si vedono sull'antica porta lo stemma di Alessandro Sforza assieme a quelli di Guidobaldo II della Rovere e di Vittorio Farnese, mentre su quella della rocca vera e propria si legge ancora un'iscrizione dettata da Giovanni Sforza a ricordo dei grossi lavori resi necessari per riparare i danni dell'assedio del '46.

Come in ogni castello che si rispetti, si accede, dopo aver superato una serie di protezioni che furono messe a dura prova durante il già citato assedio, alla rocca tramite un ponte levatoio che porta in un cortile dove troviamo altri stemmi nobiliari di altri “padroni di casa”: Pandolfo Malatesta e Giovanni Sforza.

Dalla corte quadrangolare si passa direttamente alla cappella, con una bella pala in maiolica bianca e azzurra di Andrea della Robbia, raffigurante la Madonna con il Bambino e quattro santi. Dopo di che di può salire al piano superiore dopo si possono ammirare mobili e decorazioni medievali … completamente fasulle: sono del primo Novecento. 

Storia per turisti 

Falsa è anche la cosiddetta camera di Francesca, che continua ad attrarre flotte di turisti. Camera che negli anni Venti del secolo scorso è stata provvista di tutti gli ingredienti (letto e leggio, cortine e botola, passaggio segreto, balcone, …) per “ambientare” e rendere verosimile la tragedia dei due (Palo e Francesca, appunto) resa celebre da Dante Alighieri nel V canto dell'Inferno. Se accadde davvero, accadde altrove, non certo a Gradara. 

Il mistero “misterioso” 

Un'altra attrazione del castello è la pittoresca sala di tortura ad uso dei turisti. Pochi sanno che sotto quella sala, nel Settecento, venne rinvenuto il corpo in piedi di un guerriero armato di tutto punto, forse condannato, trecento anni prima, a morire soffocato sotto un cumulo di terra, per una colpa sconosciuta. Se Gradara fosse in Scozia, potete scommetterci che sarebbe nata la leggenda del cavaliere sepolto vivo, il cui spettro vaga disperato nelle notti di tempesta per le sale del castello alla ricerca di una redenzione che non arriverà mai. 

Attenti ai tagliolini con la bomba! 

Il piatto tipico di Gradara sono i "Tagliolini con la Bomba”, proveniente dalla tradizione contadina il cui nome curioso deriva dalla modalità di preparazione. Gli ingredienti sono "poveri" e anche il procedimento è semplice: si fa soffriggere con un po' di olio cipolla e lardo (o pancetta grassa). Nel frattempo si cuociono dei taglioni in acqua e sale (in origine la pasta non era all'uovo ma solo farina e acqua), si scola l'acqua in eccesso lasciando, comunque, il piatto un po' brodoso e si versa nella pentola il lardo e la cipolla soffritti, aggiungendo del pepe. L'effetto dell'olio caldo versato nell'acqua provoca una grande quantità di vapore, per questo sono detti "tagliolini con la bomba". 

Ecco la loro gustosa storia raccontata da Riccardo Romagna della vicina Gabicce Mare : «Negli enormi camini delle case di campagna, nel periodo invernale, c'è sempre il fuoco acceso e, appeso alla catena, il caldaio in rame, è sempre quasi pieno d'acqua ad elevata temperatura. 

A mezzogiorno “l'azdora” mette del sale nell'acqua ed aumenta il fuoco sotto il caldaio, poi si accinge a fare la sfoglia con farina e acqua. La sfoglia, non tirata tanto sottile (tre o quattro millimetri di spessore) viene tagliata a fettuccine sottili, ottenendo dei tagliolini a sezione quadrata. Quando l'acqua nel caldaio bolle, butta dentro i tagliolini e contemporaneamente “l'azdora”su dei carboni accesi, in un tegamino di terracotta, fa soffriggere dei cubettini di lardo o di pancetta grassa e quando questi sono rosolati, i tagliolini nel caldaio hanno raggiunto la cottura. 

L'”azdora” scopre il caldaio e versa il contenuto del tegamino sui tagliolini bollenti. Il lardo (o pancetta) bollente a contatto dell'acqua, pure bollente, produce una esplosione di vapore (“bomba”). Poco dopo, circa un minuto, tira giù il caldaio e tutto il contenuto, amalgamato, lo versa nelle terrine o pentoloni in terracotta e lo serve a tavola. Non si sa per qual motivo (dicono oggi) è un piatto che veniva mangiato bollente: forse, con la fame che avevano in corpo, speravano di prenderne ancora un piatto, prima degli altri e prima che finissero.

Si dice che i ragazzi di allora avessero il naso sempre spellato, perché affamati e per poterne mangiare un secondo piatto, mangiavano col risucchio e talmente in fretta che i tagliolini, nello svincolarsi dal piatto, sbattevano bollenti sul naso, producendo delle scottature che difficilmente riuscivano a guarire, perché il piatto in parola veniva mangiato quasi tutti i giorni, e quindi le ferite non facevano in tempo a rimarginare.

A proposito del risucchio raccontano che i componenti (n. 19) della famiglia di Martnett, che abitava in una casa colonica a pochi metri dalla ferrovia, un giorno, mentre erano a tavola a mangiare i tagliolini con la bomba al risucchio, non hanno sentito passare il diretto Bologna-Ancona delle ore 12,30, dal gran fragore prodotto dal risucchio». 

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