CIMITERO DELLE FONTANELLE, L'ANIMA RELIGIOSA E MISTERIOSA DEI NAPOLETANI

Autore: Comune di Napoli

L’anima religiosa e confidente nell’intercessione dei morti per ottenere una grazia propria della popolazione partenopea trova una delle sue manifestazioni più intense e per certi versi più macabre e misteriose nel Cimitero delle Fontanelle (nella foto l'ingresso) la cui formazione è frutto di millenni di erosione del tufo presente nella zona.

Infatti, dalle colline oggi chiamate "Colli Aminei" partivano quattro impluvi i quali, incidendo il tufo, lo mettevano a nudo creando dei veri e propri valloni, attraverso cui trovava recapito la cosiddetta "lava dei vergini", colate di fango e detriti provenienti dall'erosione della coltre piroclastica che ammanta le colline circostanti.

La "lava dei vergini" per millenni ha eroso il vallone delle Fontanelle e della Sanità, creando le condizioni ottimali per l'estrazione del tufo che le leggi del '600 vietavano di cavare "intra moenia" (cioè, all’interno delle mura cittadine) per cui lo si prelevava "extra moenia" proprio in questa zona. La stessa Via Fontanelle, dove si trova il Cimitero, rappresenta il vecchio impluvio sulle sponde del quale sono dislocate numerose cave che, fino al secolo scorso, hanno fornito i materiali da costruzione per l'attività edilizia di tutta la città e che oggi sono adibite ad usi più disparati: deposito di olive, vetrerie, lavorazione di cioccolata, marmi, garages, cantine.

A metà del XVI secolo, la lava provocò un'enorme voragine nella strada delle Fontanelle, per cui si ordinò ai "salmatari di riempire la stessa con sfabbricatura"; questa notizia ci fa capire che già a quel tempo le Fontanelle erano praticate dai salmatari. All'epoca i morti venivano interrati nelle chiese, dove però non c'era più posto per cui i salmatari, di notte, li disseppellivano e li scaricavano nelle vecchie cave abbandonate.

A seguito dell'ennesima alluvione, dalle cave fuoriuscirono molte salme e si racconta che gli abitanti della Sanità non uscivano di casa per non riconoscere i propri morti. Fu ordinato, quindi, ai salmatari di ricomporli nell'ultima cava.

L'origine di questo ossario, però, si fa risalire al XVI secolo quando la città fu flagellata da tre rivolte popolari, tre carestie tre terremoti, cinque eruzioni del Vesuvio e tre epidemie e, essendo il luogo isolato, fu qui che vennero raccolti i cadaveri delle vittime.

Micidiale fu la pestilenza del 1656, per cui i muri che chiudevano le cave furono di nuovo abbattuti e le stesse cave, secondo alcuni, accolsero 250.000 cadaveri su una popolazione 400.000 abitanti e, secondo altri, addirittura 300.000.

L'architetto Carlo Praus racconta che nel 1764, "epoca memoranda di una esterminatrice carestia", il Cimitero delle Fontanelle fu destinato dal Comitato di Pubblica Sanità a seppellire le salme della bassa popolazione, che non trovavano posto nelle pubbliche sepolture delle chiese all'interno della Città. Ed ancora il Praus, a seguito dell'editto di Saint-Cloud del giugno 1804, presenta nel 1810 un progetto per la costruzione di un vasto camposanto mediante l'ampliamento dell'antica necropoli delle Fontanelle.

Nel 1837, per provvedimento del Consiglio Sanitario, in seguito all'invasione del "colera morbu", furono portati in questo cimitero altre salme. Nello stesso anno, essendo stato ordinato di togliere gli ossami da tutti i cimiteri delle parrocchie e delle confraternite e di portarli nell'Ossario delle Fontanelle, un gran numero di carri, scortati da confratelli e guardie, trasportarono in queste grotte cataste di resti mortali.

Il cimitero rimase abbandonato fino al 1872, quando il parroco della chiesa di Materdei, Don Gaetano Barbati, con l'aiuto di popolane mise in ordine le ossa nello stato in cui ancora oggi si vedono e tutte anonime, ad eccezione di due scheletri: quello di Filippo Carafa, Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni, morto il 17 luglio 1797 e di Donna Margherita Petrucci nata Azzoni , morta il 5 ottobre 1795; entrambi riposano in bare protetti da vetri.

Il corpo di Donna Margherita è mummificato ed il teschio ha la bocca spalancata come di chi sta per vomitare, per cui si dice che la nobildonna sia morta strangolata da uno gnocco.

Nell'ordinare le ossa furono messe nella navata retrostante la chiesa quelle provenienti dalle parrocchie e dalle congreghe, per cui essa fu detta "navata dei preti"; la centrale fu chiamata "navata degli appestati" perché in essa erano stati sotterrati questi morti. L'ultima è la "navata dei pezzentelli" perché qui furono accomodate le ossa della gente povera. Così il cimitero entrò nel costume cittadino. Oggi, è insieme un luogo di culto e di macabro fascino, in cui si concentrano anche molte leggende e racconti di miracoli.

La devozione popolare - Dal 1884, anno in cui fu terminato il riordino dei resti umani, la "pietas popolare" napoletana si è rivolta alle "ossa e crani anonimi" con devozione religiosa familiare, con un culto che spesso richiama arcaiche tradizioni di tipo pagano. Alle anime in pena si rivolgevano amorevoli cure e suffragi, garantendo loro il cosiddetto"refrisco". Questo "refrigerio" sarebbe poi stato successivamente ricambiato con l'intercessione dell'anime in pena per la protezione del fedele nei momenti di bisogno. I napoletani, in un clima di venerazione e culto anonimo, iniziarono dunque ad esprimere la propria devozione verso un ideale diverso dalla santità.

La devozione spinta fino all' "adozione" del teschio e la collocazione di immaginette votive e messaggi scritti all'interno dei reliquari esprimeva una forma di equilibrio tra il culto dei Santi e la devozione popolare delle anime del purgatorio.

Il grande numero di urne devozionali site nel Cimitero delle Fontanelle rappresentano i ringraziamenti dei fedeli per le grazie ottenute con l'intercessione delle anime in pena. Le "Maste", ossia le popolane-devote alle quali la tradizione locale aveva attribuito una particolare sensibilità per il culto delle anime purganti, hanno aiutato migliaia di fedeli nella ricerca delle anime particolarmente bisognose di cure e preghiere.

All'interno del cimitero si snodavano le processioni religiose, e venivano recitate le caratteristiche "giaculatorie e litanie" per le anime in pena, tra le tante una:
 
Anime sante, anime purganti,
Io son sola e vuie siete tante
Andate avanti al mio Signore
e raccontateci tutti i miei dolori
Prima che s'oscura questa santa giornata
da Dio voglio essere consolata.
Pietoso mio Dio col sangue Tuo redento
a tutte le anime del Purgatorio salutammelle a tutti i momenti,
Eterno Riposo.

Le leggende - In un ambiente cosi suggestivo e magico non potevano non nascere le varie personificazioni delle "anime pezzentelle". Ecco dunque nascere la figura di Lucia, una giovinetta morta subito prima del matrimonio o, le presenze di uomini morti in guerra, principesse cavalieri.
Talvolta poi, i teschi hanno una storia e un nome trasmessi attraverso racconti tramandatisi nel tempo; è il caso del "monaco" (o' capa e Pascale) in grado di far conoscere i numeri vincenti al gioco del lotto, quella del "capitano", figura di riferimento emblematica del Cimitero delle Fontanelle o quella di "donna Concetta", nota più propriamente come "a' capa che suda". Altro aspetto significativo è legato alle leggende sulle storie dei bambini in particolare quella di "Pasqualino".

Suggestiva è la pratica delle adozioni di alcuni teschi che, di solito, venivano messi in teche e venerati o per grazia ricevuta o per voto o per fede. Nacquero così numerose storielle, tra cui quelle già ricordate dei due teschi che sudano e quella del Capitano.
 
Questo teschio era stato adottato da una povera ragazza, ad esso ella rivolge tutte le sue cure e preghiere, supplicandolo perché le facesse trovare marito. Così avvenne e, prima di andare all'altare, la giovane volle ringraziare il teschio per la grazia ricevuta. Il giorno delle nozze tutti erano attirati dalla presenza in chiesa di uno strano tipo vestito da soldato spagnolo; questi, al passaggio degli sposi, sorrise alla ragazza e le fece l'occhiolino. Il marito, ingelosito, lo affrontò e lo colpì ad un occipite con un pugno.
 
Tornata dal viaggio di nozze, la giovane si recò subito al cimitero per ringraziare ancora il suo teschio e lo trovò con una delle orbite completamente nera. Si gridò al miracolo ed il teschio in questione fu indicato come il "Teschio del Capitano". In seguito gli furono attribuiti anche altri miracoli.

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