GALTELLI' (NU), IL BORGO DI "CANNE AL VENTO"

Si narra che Dio, dopo aver plasmato tutto il resto del mondo, guardando nel suo paniere si accorse che, sul fondo, era rimasto qualcosa di tutte le meraviglie che aveva sparso per il creato.

Prese allora quel piccolo tesoro, così vario e colorato, e lo mise nello specchio d’ acqua più lucente. Vi premette poi con il piede dandogli la forma del suo sandalo e vi mandò ad abitare gli angeli. Così ebbe origine la Sardegna, che continua a nascondere piccoli gioielli non ancora investiti dal turismo di massa.

È il caso di Galtellì, in provincia di Nuoro, che sorge nella valle del cedrino ai piedi del panoramico Monte Tuttavista, su cui svetta la gigantesca statua bronzea del Cristo, dell'artista madrileno Pedro Angel Terror Manrique. Da qui è possibile godere di un panorama incantevole che si riversa nello splendido scenario del Golfo di Orosei. 

La storia - Galtellì (che fa parte dell’Associazione Borghi Autentici d’Italia) fu abitato sin dalla preistoria, come testimoniano le domus de Janas che si trovano all'interno del paese (Malicas) e nelle immediate vicinanze (Tanch'e Gaia e Zirodda) , nonché diversi nuraghi (Gardu, Muru, Monticheddu) presenti nelle campagne. Sempre nel centro abitato sono state rinvenute diverse tombe romane.

Nel XI secolo venne edificato il castello di Pontes sulle rovine di una rocca romana, con lo scopo di difendere il confine meridionale del Giudicato di Gallura di cui Galtellì fece parte. Nello stesso periodo si ha notizia dell'esistenza a Galtellì della Sede Vescovile, ma non è possibile allo stato attuale delle conoscenze risalire alla data di istituzione della Diocesi, ma di sicuro è l'era d'oro per il paese, centro di una Curatoria comprendente una quindicina di paesi.

Passò in seguito prima sotto il controllo di Pisa e per un breve tempo sotto quello della giudicessa Eleonora, entrando così a far parte del Giudicato di Arborea. Seguì in tutta la Sardegna un lungo periodo di dominazioni straniere e anche Galtellì dal 1323 cadde nel dominio aragonese. Preda per un secolo di baroni forestieri, divenne nel 1459 feudo dei baroni locali Guiso. Nel 1495 la Diocesi di Galtellì venne accorpata a quella di Cagliari a seguito di una bolla emanata da Alessandro VI. Infine nel 1808 diviene libero comune. 

“Canne al vento” -  Galtellì, ora al centro del parco letterario voluto dalla fondazione Ippolito Nievo, ispirò Grazia Deledda per scrivere il celebre romanzo“Canne al vento”. Il romanzo ha come sfondo naturale l’immagine delle canne, che frusciano, mormorano e sospirano, quasi volessero comunicare qualcosa ai personaggi. "Canne al vento" è la storia di tre sorelle, Ruth, Ester e Noemi, rimaste sole dopo la morte del padre don Zanne. Ad occuparsi di loro è Efix, il vecchio servo del padre, che avendo assassinato il padrone, non sa darsi pace e dedica la vita a proteggere le tre dame Pintor. Il romanzo ha come sfondo naturale l’immagine delle canne, che frusciano, mormorano e sospirano, quasi volessero comunicare qualcosa ai personaggi. 

Il crocefisso miracoloso  -  Nella chiesa del SS Crocefisso (un tempo dedicata a S. Maria delle Torri) è custodita una statua lignea raffigurante il Cristo sulla croce. La leggenda vuole che sia giunta e sia stata conservata a Galtellì per volontà divina. Il simulacro, infatti, fu rinvenuto nella spiaggia di Orosei dentro una cassa da alcuni abitanti di Sarule. Questi decisero di portarlo nel loro paese per farne dono alla chiesa. Quindi lo issarono su di un carro trainato da buoi per trasportarla. I buoi percorsero senza problemi la strada che porta da Orosei a Galtellì, ma giunti alla piazza del paese si bloccarono. A nulla valsero gli incitamenti, così si decise di sostituire gli animali con altri più freschi e docili, ma neanche questi vollero muoversi. I fedeli al fine compresero la natura celeste della forza che teneva inchiodate al suolo le zampe delle bestie. Decisero allora di abbandonare ogni inutile tentativo e di lasciare il Cristo dove Egli stesso aveva deciso di rimanere. Ogni anno i galtellinesi per ringraziare il Messia, organizzano una festa in Suo onore che si tiene il tre maggio.  

Figure misteriose – La tradizione popolare di Galtellì è ricca di personaggi femminili, come la S’agabbatora. Questa era una anziana donna che svolgeva un importante compito all’interno della comunità: porre fine alla vita dei malati terminali che pativano il tormento di una lunga agonia. Invitata in segreto dai parenti o dallo stesso infermo si recava in chiesa e vi prendeva la chiave della porta maggiore. La poneva quindi sotto il cuscino del malato che in seguito moriva nel sonno, durante la notte senza alcuna sofferenza. L’eutanasia era in questi casi considerata un atto pietoso.

La Sa Survile, era invece, una donna perfida che di notte, trasformatasi in un gatto o in una serpe succhiava la cervice dei neonati. Per ingannarla si doveva mettere accanto alla culla una falce dentata: la survile contava i denti fino all’alba, quando doveva scappare perché riprendeva le sembianze umane. Il termine veniva utilizzato per definire persone particolarmente scontrose e cattive.

La le figure maschili spicca, invece, Su voe muriache, essere umano che, colpito da una maledizione, si trasforma in un enorme bue bianco. Questo  muggisce tre volte davanti alla porta della casa dove di li a poco moriranno  un padre di famiglia o dei buoi addomesticati. È la punizione per chi, pur avendo commesso dei crimini efferati, non viene perseguito dalla giustizia umana e diviene una sorta di dannato in terra. 

In cucina - Nella tradizione di Galtellì, tra i prodotti tipici di Galtellì il primo posto è occupato dal pane carasatu (il pane dei pastori) che ancora oggi, seguendo la tradizione, richiede una lunga e faticosa preparazione.

L'impasto, composto di farina, acqua, lievito e sale, viene lavorato incessantemente per un paio d'ore. Dopo di che con l'impasto si fanno sottili sfoglie che vengono lasciate lievitare per almeno tre ore. Intanto si accende il fuoco nel forno con fascine di cisto e lentisco. Una volta raggiunta la temperatura ideale, le sfoglie vengono introdotte nel forno per mezzo di grandi pale, simili a quelle usate dai pizzaioli. Le sfoglie si gonfiano e vengono tagliate longitudinalmente ricavando cosi due fogli identici di pane. Se ben conservato, può essere consumato anche dopo trenta giorni.

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