MONTE ISOLA (BS), L'ISOLA MONTAGNA DA CONOSCERE E GUSTARE

Si chiama Monte Isola: mai come nel suo caso il nome dice tutto. Perché Monte Isola, o Monteisola è un po' monte (con la vetta alta 600 metri s.l.m.) e tanto isola, situata nel bel mezzo del lago d'Iseo, a dividere la sponda bergamasca da quella bresciana

E' piccola, perché bastano due ore a piedi per fare un giro completo, con piccoli centri abitati (Peschiera Maraglio, Carzano, Porto di Siviano, Sinchignano, Manzino, Sensole, Novale, Siviano, Senzano, Olzano, Masse e Cure ) sparsi che costituiscono un comune unico appartenente alla provincia di Brescia, ed un traffico limitato ai motocicli dei 1800 residenti.

Un'isola piccola, ma detentrice di importanti record: innanzitutto, è l'isola lacustre più vasta d'Italia con una superficie di 4,5 chilometri quadri e un perimetro, come già ricordato, di oltre nove chilometri. In Europa sono presenti isole lacustri di maggior estensione, come quella di Visingso nel lago svedese di Vättern (24 chilometri quadri) e l'isola artificiale di Sääminginsalo, ma Montisola è la prima come altezza sul livello del mare: sulla vetta (a 600 metri) sorge il cinquecentesco santuario della Madonna della Ceriola.

Per la sua posizione strategica, Monteisola ha avuto una storia piuttosto vivace le cui prime tracce risalgono al 905 quando nei documenti ufficiali si inizia a scrivere di una “corte” di Monte Isola appartenente al Monastero di San Giulia che conta quattro case, terreno coltivabile, vigne, un bosco ed un porto.

Nel 1300 circa l'isola viene militarizzata con la costruzione di una rocca (Rocca Martinengo). Nel 1426 il lago d'Iseo entra a far parte dei domini della Repubblica di Venezia che, abolendo, gli antichi privilegi feudali, dà impulso alle attività legate alla pesca, consentendo un certo sviluppo economico per gli abitanti dell'isola, soprattutto nella costruzione delle reti. Nel 1834 inizia nel lago la navigazione a vapore, che raggiunge anche Monteisola. Novant'anni più tardi arriva anche l'energia elettrica.

Particolarmente interessante è il gruppo di abitazioni sopra Carzano, a cui è collegato tramite un sentiero che poi si prolunga sino ad Olzano. Questo nucleo di origine medievale, nascosto tra piante di ulivo, castagno e boschi cedui, è costituito dalle caratteristiche case dei vecchi abitanti costruite con muri di conci squadrati di medolo, portali ad arco a pieno centro, piccole volte al pianterreno, balconi in legno sotto agli spioventi dei tetti intorno ad una vecchia piazza di piccole dimensioni.

La frazione Novale (a 250 m s.l.m.), che a metà Seicento era la residenza estiva del vescovo di Brescia Marco Morosini, evidenzia le “contraddizioni” di questa isola lacustre. Questo antico complesso di edifici, infatti, non ha nulla a che vedere con l’architettura dei paesi di lago, ma ha le caratteristiche dei borghi di montagna, con muri spessi di grosse pietre, volti e androni, viuzze lastricate in pietra, balconi di legno.

Carzano era un feudo dei Martinengo e il loro palazzo ospitava la nobiltà dei dintorni che vi soggiornava quando si recava in passeggiata. Oltre a Palazzo Martinengo (di proprietà privata) sono interessanti Casa Novali, una dimora signorile del XVI secolo, e il Palazzetto Ziliani, con un portale bugnato di pietra di Sarnico. Con il tempo, il borgo ha subito modifiche e dell'antica struttura medievale rimangono gli archi ed i balconi.

Monte Isola in cucina

A Peschiera Maraglio e a Carzano continua da secoli una tradizione culinaria molto interessante caratterizzata dall’antica tecnica di essicazione e conservazione del pesce.

I piccoli paesetti di Cure, Masse, Olzano e Senzano lasciano invece la tradizione legata alla pesca e alla lavorazione del pesce in favore della produzione di salumi. In queste frazioni pochi “esperti” organizzano la lunga e paziente lavorazione del salame nostrano, con scrupoloso rispetto del rituale tramandato da innumerevoli generazioni e che nessuno vuole modificare.

Confezionare i salami ottenuti da un maiale occupa per una giornata almeno quattro persone, ognuna con un compito specifico: tagliare la carne tutta a mano a pezzi abbastanza grossi (poiché sono severamente banditi gli utensili elettrici per tritarla), mescolare l’impasto, insaccare, legare.

Il rituale prescriveva il divieto alla donna mestruata di accedere a tale operazioni; era d’obbligo che la luna fosse calante; chi non poteva aspettare, procedeva con luna crescente ma di venerdì. Nella seconda fase (l’affumicatura), il salame viene appeso in una stanza apposita, la “cà del salam”: una cantina antica con muri di pietra non intonacati, soffitto a volte, un fuoco in cui si deve continuamente bruciare legna secca per mantenere una temperatura costante.

Il camino deve essere chiuso, in modo da far diffondere nella stanza il fumo, che oltre ad affumicare, mantiene, soprattutto di notte, una temperatura tiepida. Sono poche, su tutta l’isola, le stanze dotate delle caratteristiche necessarie; bisogna fare i conti con quelle che ci sono e quindi prenotarsi, così che di solito in una stanza viene appeso il salame di quattro o cinque maiali.

Il salame (noto anche come “salame di Cure”) appena fatto viene appeso per trenta giorni; poi può essere mangiato o appeso nelle normali cantine o messo nelle anfore di terracotta (òle, anticamente di pietra) sotto grasso. Anche per questa procedura, c’è un’antica “ricetta”. Gli emigranti montisolani insistono nell’affermare che lo stesso procedimento fuori dall’Isola non dà gli stessi risultati: è questo il motivo che li porta, nei mesi di gennaio e febbraio, per le strade delle loro frazioni, soddisfatti e con le ceste ricolme di salami.

Un'altra specialità dell'isola sono i pesci (sardina, cavedano, pesce persico) essiccati e messi sott'olio. Il pesce appena pescato viene pulito con un solo taglio sotto la testa, se è una sardina, aperto e senza testa, se si tratta del cavedano. Lavato ed asciugato, viene messo per 24 ore sotto sale, in quantità proporzionato al peso del pesce. Poi, tolto dal sale e rilavato, il pesce viene appeso a gancetti fissati su un’apposita intelaiatura in file parallele fino a riempire tutto lo schema delle file predisposte per l’essiccazione.

Non mancano alcuni pescatori che rispettano totalmente la tradizione e infilano il pesce nei fili tesi sugli “archetti” (rami di frassino o carpino piegati ad arco e tenuti in posizione da un filo all’estremità). Sul lungo lago tra Peschiera e Sensole si possono osservare ancora numerosi archi come questi. Il pesce viene esposto al sole cinque - dieci giorni, secondo il clima più o meno caldo.

Quando l’essiccazione è al punto giusto, viene stivato con arte in contenitori di ferro, pressato e separato dall’aria da uno strato d’olio. Dopo qualche mese di maturazione, quando le sardine diventano quasi color oro e i cavedani di rosa aragosta, il pesce può essere cotto per qualche minuto sulla brace ardente, poi condito con olio, prezzemolo, aglio e serviti con polenta.

E’ un piatto dal sapore intenso e particolare, che secondo la tradizione orale risale a circa un millennio fa, quando i pescatori della “piscaria dell’insulae curtis” dovevano – secondo un obbligo preciso – consegnare un determinato numero di sardine essiccate al monastero di S. Giulia di Brescia.

Questo pesce, tenuto pressato sott’olio, dura anche un anno: per questo è sempre stato il piatto dei poveri, una geniale invenzione dei pescatori che solo in determinati periodi pescavano grandi quantità di pesce e dovevano, quindi, poterlo conservare senza frigorifero.

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