PROPOSTA VINI, ALLA RICERCA DEI VITIGNI SCOMPARSI

Autore: Luciano Pavesio

A Pergine Valsugana, piccolo paese del Trentino, nel 1984 Giampaolo Girardi, imprenditore con la passione per il vino, fondando Proposta Vini ha dato vita a un nuovo modo di proporre, distribuire e vendere il “nettare di Bacco”, a cominciare dalla minuziosa selezione del centinaio di aziende inserite nel catalogo, in maggioranza italiane. 

La rivalutazione di questo tesoro enologico (ma anche di olio e distillati), spesso sconosciuto o quantomeno trascurato, ha portato alla nascita di progetti specifici di valorizzazione di prodotti e territorio. 

Il primo è nato nel 1988 sotto l’etichetta di Vini dell’Angelo, attraverso il quale si è recuperato e catalogato le varietà d’uva presenti in Trentino fino alla fine della Prima guerra mondiale, promuovendo quindi la coltivazione, la vinificazione e la commercializzazione. 

Grazie anche alla collaborazione dell’Istituto agrario di San Michele all’Adige, molti dei vitigni antichi, spesso volutamente dimenticati, sono stati iscritti nel Catalogo Nazionale delle Varietà di Uva da Vino, a cominciare dal Lagarino Bianco, vitigno di forte vegetazione e di costante produzione ben tollerante a diverse malattie, uva delle zone estreme dove le altre varietà resistevano con difficoltà al freddo invernale. 

Grazie alla sua spiccata freschezza con note d’agrume che ricordano il limone e pompelmo, nei tempi andati il Lagarino Bianco era compagno dissetante e rinfrescante di chi, nei mesi estivi, lavorava e faticava all’aperto. Coltivata in Valle di Cembra, sopra Meano, nei dintorni di Pergine e nella Valle del Sarca, è un’uva ideale come base spumante e dalle sue vinacce nasce un’ottima grappa. 

La Paolina, con il suo grappolo gigantesco ricorda quelli enormi e simbolici dei bassorilievi greci e romani. Coltivata nei dintorni di Pergine, soprattutto lungo le sponde del Lago di Canzolino e nella Valle del Sarca, vicino a Dro, ha chicchi, anche se prodotti in luoghi assolati, carichi di acidità e poveri di alcool, che regalano un vino di grado alcolico tra i 10° e gli 11° con una nota di freschezza e di mineralità che ricorda i grandi bianchi del Nordeuropa. 

Il Vertliner Rosso, coltivato storicamente in Valsugana, in Val di Cembra e nei dintorni di Trento, soprattutto nella zona di Aldeno, ha un grappolo, dorato e punteggiato da fiamme rosse, a volte rosato o rosso, bellissimo a vedersi. È una delle varietà austriache più importanti e tuttora molto coltivata nelle zone di Wachau e Stiria. Fino agli anni ’60 del secolo scorso era presente in Trentino anche ad altitudini proibitive, ma negli ultimi cinquant’anni è stata sbrigativamente sostituita da varietà più produttive, ma tra le uve storiche è una delle più intriganti. 

La Casetta, derivante probabilmente dalla domesticazione della Vitis vinifera silvestris, l’uva selvatica spontanea, è uno dei pochi vitigni, assieme al Lambrusco a Foglia Frastagliata, che si può considerare autoctono trentino. Si ritiene che il nome derivi dallo pseudonimo di una famiglia di Marani d’Ala che l’avrebbe adattato alla coltivazione. Il vino era idoneo a lungo invecchiamento, ed infatti era servito solo nelle grandi occasioni di festa. 

Altro vitigno autoctono, il Lambrusco a Foglia Frastagliata appartiene geneticamente ad un gruppo di vitigni originari delle morene glaciali della bassa Valle dell’Adige. Nessun grado di parentela è dimostrabile con i Lambruschi emiliano/romagnoli e nemmeno con gli altri vitigni trentini. Godeva del favore dei viticoltori per la sua rusticità, la sua particolare resistenza agli attacchi parassitari, ai freddi invernali e l’ampia adattabilità alle diverse composizioni dei terreni. 

La Negrara già negli anni ’30 si era guadagnato stima e attenzioni dei ricercatori dell’Istituto Agrario di San Michele, ritenendo il vino meritevole di «finire in bottiglia» per colore, morbidezza e «profumi che lo fanno avvicinare al tipo Bordeaux» ma solo se proveniente da viti franche di piede ritenendolo altresì «ordinario e sgraziato» se prodotto con uva di viti innestate su piede americano. 

La Pavana è il vino emblema della Valsugana, così come il Marzemino lo è della Vallagarina e il Teroldego della Piana Rotaliana. Era coltivata ovunque, a varie altitudini ed esposizioni, dal Forte di Civezzano alle Scalette di Primolano. 

La Rossara era invece presente in tutto il Triveneto e in Valtellina, mentre in Trentino, fino a pochi decenni fa, era intensamente coltivata nella Piana Rotaliana. A tutt’oggi esistono alcuni piccoli appezzamenti sopravvissuti alla sostituzione varietale, in cui nasce un vino dall’intensa e piacevole profumazione di spezie e di frutta rossa. 

Grazie a Proposta Vini tutte queste varietà, ed alcune altre, sono oggi reperibili in bottiglia, mentre altre varietà tradizionali trentine sono in fase di rivalorizzazione. A bacca bianca sono in programma i recuperi dei vitigni di Angelica, Bianchetta, Brentegana, Cinese e Vernazzola, così come il rosso Negretta. 

Il progetto di rivalorizzazione ha coinvolto anche il Vino Santo Trentino, con l’obiettivo di tutelare la storia e la qualità di un vino di pregio da sempre vinificato nella Valle dei Laghi. Per questo motivo, in collaborazione con due produttori locali, si sono fissati alcuni parametri per garantire le caratteristiche essenziali di qualità e vinificazione. 

In questo modo il Vino Santo Trentino deve essere prodotto esclusivamente con uva Nosiola, raccolta nei vigneti di specifiche particelle fondiarie nei comuni di Padergnone e Cavedine coltivati su pergola spezzata, mentre l’uva viene posta in appassimento sulle tipiche “arèle” (graticci di legno), dove rimane per 5/6 mesi, periodo in cui i grappoli appassiscono lentamente sviluppando al loro interno la Botrytis Cinerea, aumentando la concentrazione zuccherina e la formazione degli aromi. Il clima della zona è condizionato dall’azione termoregolatrice dell’Ora del Garda, vento che quotidianamente sale dall’omonimo lago rendendo la valle un’isola climatica tipicamente mediterranea. Per tradizione l’uva viene pigiata durante la Settimana Santa. 

La resa è molto bassa: da un quintale si ottengono mediamente 18 litri di mosto con un contenuto altissimo di zuccheri. Fermentazione in vasche di acciaio, dove rimane per circa quattro anni, successivamente il vino si affina e maturare in piccole botti di rovere per circa un anno. 

Altri progetti di particolare interesse sono quelli rivolti ai Vini delle isole minori (Capraia, Elba, Formentera, Giglio, Hvar, Ischia, Limnos, Lipari, Mazzorbo, Pantelleria, Paros, Salina, Samos, San Pietro e Santorini), e quelli ai Vini Estremi, “vini eroici, figli della fatica, del sudore, della laboriosità dell’uomo, prodotti in zone spesso sconosciute, geograficamente impervie, talvolta impossibili e coltivati in minuscoli fazzoletti di terra strappati alla montagna, alle rocce, al mare” come sottolinea lo stesso Giampaolo Girardi. 

E ancora Primi Vini, un progetto enologico riguardante alcune uve la cui precocissima maturazione permette una naturale uscita anticipata dei vini, addirittura prima dei Novelli, con una vinificazione tradizionale, senza l’ausilio della macerazione carbonica, con normale affinamento in bottiglia. A tutt’oggi sono state recuperate due varietà: il San Lorenzo e il Portoghese,  uve fra le poche a bacca rossa che arrivano a piena maturazione nell’ambiente alpino al di sopra dei 600 metri. Questi vitigni arrivarono in Trentino dall’Austria, o meglio da quello che era l’impero Austroungarico (dissoltosi nel 1918) e dove sono ancora coltivati in maniera consistente, tanto da essere presenti in ogni carta vini di Vienna, Budapest, Praga, Brno, Bratislava, ...  con il nome di San Laurent (San Lorenzo) e Portugieser (Portoghese). 

Molto interessante il progetto nato nel 2004 relativamente ai Vini Franchi, marchio che segnala vini provenienti da uve franche di piede, non innestate cioè su vite americana. Nella seconda metà dell’800 la fillossera decimò la viticultura del vecchio continente, indifesa contro il parassita presente sulle viti, portatrici sane, provenienti dal nuovo mondo, mentre fino a quel momento le viti europee non necessitavano di trattamenti perché non conoscevano malattie tranne il raro mal dell’esca. In qualche zona dove la fillossera non è arrivata per motivi climatici e/o geologici, si è salvato qualche vigneto; pochi altri resistono perché vivono solamente sul loro piede originario. Tutte le varietà non innestate hanno caratteri varietali molto spiccati e più nitidi di quelle su portainnesto americano.

Infine grazie ai Vini nelle città italiane è nata una collana di libri curata dalla Iris Fontanari Martinatti, ricercatrice storica nel settore vinicolo, dove sono descritti i principali vitigni coltivati nelle zone limitrofe alle città italiane prese in esame, individuando anche i vini consumati nel corso del tempo, e parallelamente a queste pubblicazioni annuali, sono stati recuperati alcuni vitigni.

Maggiori informazioni e dettagli sui prodotti distribuiti sul sito www.propostavini.com

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